mercoledì 24 ottobre 2012

Verona, nelle lettere a Giulietta il mondo racconta l'amore



Le segretarie di Giulietta
Louise e Mattia si sono conosciuti durante la seconda guerra mondiale, al momento dell’invasione tedesca della Francia. Lei francese, lui soldato italiano. Nemici per la Storia, non hanno più dimenticato quell’incontro, nonostante le diverse strade intraprese. A distanza di anni, i loro passi di nuovo impressi sullo stesso sentiero. Louise è madre e moglie, ma porta nel cuore le emozioni della giovinezza. Di Mattia conosceva solo il nome e il paese d’origine, nell’Italia meridionale. Le è bastato questo per prendere carta e penna e per scrivere al Club di Giulietta. In seguito a numerose ricerche, una delle segretarie è riuscita a recuperare il numero di un anziano signore che vive nel Nord Italia. Ha telefonato con il rischio che non fosse lui. Il silenzio dall’altra parte della cornetta è stato più eloquente di qualsiasi altra parola. Louise e Mattia si sono risentiti e forse incontrati.

Emozioni che passano e altre che restano. Racchiuse in frasi attese, ma inaspettate, o nel ritrovarsi di due persone dopo un’intera vita trascorsa a cercare. Possono durare attimi. O per sempre. Fa parte del gioco della quotidianità. I viaggi più intensi sono quelli vissuti senza «se» e senza «ma». I sentimenti non vanno sprecati. Lo testimoniano le tante lettere che ogni giorno, da tutto il mondo, arrivano a Verona, sulla scrivania delle segretarie del Club di Giulietta. Parole d’amore, ma anche di profonda solitudine, percorrono chilometri e chilometri in cerca di speranza e di consolazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di spaccati tristi, vissuti in ambienti familiari difficili e violenti. Dall’Italia scrivono soprattutto donne, mentre da Francia e Stati Uniti anche uomini. Non mancano testimonianze di giovanissimi alle prese con i primi amori e con problemi in famiglia. O quelle di anziani e di donne intrappolate in rapporti stanchi, privi di emozioni.

A tu per tu con l’animo umano, le volontarie rispondono in varie lingue al linguaggio universale dei sorrisi e delle lacrime. Lo fanno nel tempo libero, a conclusione della loro giornata lavorativa. Qualcuna ha marito e figli, qualcun'altra è fidanzata o vive sola. Qualcuna ha deciso di continuare, altre sono andate via. Il nucleo delle veterane, le stesse interpretate nel film di Gary Winick «Letters to Juliet», è costituito da Marinella, Giovanna, Stefania, Manuela, Elena e Barbara. Ognuna con la propria storia e con la consapevolezza di aver ereditato da Shakespeare un compito fondamentale. Far parlare, ancora una volta, il sentimento più antico del mondo. Il loro è un viaggio quotidiano nelle parole e nell’animo umano.

Per Marinella Fredigoli «scrivere rappresenta una passione, un fuoco, un marchio». È la segretaria che ha visto nascere il Club. Esisteva già un gruppo di amici, tutti maschi all’epoca, cultori delle tradizioni e dell’arte. Ad animarlo, il veronese Giulio Tamassia. «Quando il Comune di Verona ha affidato a lui il compito, inizialmente sperimentale, di rispondere alle lettere, era all’incirca il 1990», racconta Marinella. Il Club aveva sede in una stanzetta messa a disposizione dal gestore di una scuola di musica. Ad aiutare Tamassia, poi andato in pensione, una studentessa messicana. Fu allora che arrivò anche la Fredigoli, appassionata archeologa dei sentimenti. «Ho letto e risposto a centinaia di lettere», commenta. «Non avevamo nemmeno il telefono, ma era bello, entusiasmante, come tutte le cose all’inizio. Come un amore che nasce di nascosto, si nutre di frammenti, di passione, di curiosità». Seguì, nel 1993, l’idea di indire un concorso annuale per San Valentino, premiando la lettera più significativa. Ed un altro, nel 1996, per romanzi editi che parlino d’amore. Poi l’esplosione del fenomeno delle lettere. Tutte archiviate e ben conservate. In realtà la storia risale al 1937, quando Ettore Solimani, custode della tomba di Giulietta, rispose al primo messaggio lasciato da qualche visitatore.

Marinella non può fare più a meno «di questo sguardo sull’animo umano». Viaggio che rimbalza da un capo all’altro del mondo, inseguendo le infinite orme del sentimento universale dell’amore. 

Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it


Le segretarie di Giulietta con Amanda Seyfried, attrice protagonista del film «Letters to Juliet».





domenica 21 ottobre 2012

Verona, a Giulietta lettere da tutto il mondo



Il balcone della casa di Giulietta (Wikipedia)
Qualcuno mi ha insegnato a credere nelle belle storie. Quelle che si concludono a lieto fine, nonostante oggi il mondo parli il linguaggio dei grigi e dei neri. Da una bella storia può nascere la curiosità di andare oltre, di cercare sfumature diverse. Anch’io mesi fa ho scritto la mia lettera a Giulietta. Credevo fosse soltanto la trama di un film, invece la risposta è arrivata. Come migliaia di altre risposte, che viaggiano in cerca del proprio destinatario. Le parole attraversano spazi per incrociarsi con una vicenda che cavalca il tempo. Sempre attuale, sin da quando Shakespeare le ha dato vita.

Esiste a Verona un gruppo di volontari che risponde a lettere spedite da ogni angolo di mondo. Nella città in cui si sarebbe consumata la tragedia di Romeo e Giulietta, chi piange per amore può trovare bagliori di speranza. I messaggi arrivano a migliaia, sia attraverso il web che le cassette postali. Alcuni parlano di dolori senza vie d’uscita, altri chiedono consigli o semplici suggerimenti. Le segretarie di Giulietta leggono e rispondono. Ma vanno oltre le righe, dentro le storie. Per comprendere il ruolo fondamentale che i volontari ricoprono, basti pensare all’importanza di una semplice parola detta a chi è solo e confuso. Le lettere arrivano a destinazione. E ad ognuna è affidata una risposta specifica. Personale. Gratuita.

La scoperta dell’esistenza del Club di Giulietta (http://www.julietclub.com/it/) è avvenuta per caso, dopo la visione del film di Gary Winick “Letters to Juliet”. Tratto dall’omonimo romanzo di Lise e Ceil Friedman, si ispira al fenomeno delle lettere indirizzate all’eroina shakespeariana e ne riporta alcune. Corrispondenze che parlano di amori cercati e mai più trovati, inseguiti o rincontrati a distanza di anni, di ricongiungimenti familiari. Sembra che tutto sia iniziato nel 1937, con l’arrivo della prima lettera indirizzata a “Giulietta, Verona”. A ricevere la missiva fu Ettore Solimani, custode della tomba di Giulietta, collocata quell’anno nella cripta di San Francesco al Corso. Solimani rispose. Da allora la corrispondenza fra Verona ed il resto del mondo non si è più fermata. L’eredità passò al giornalista e poeta veronese Gino Beltramini, poi al Club.

Insieme alle lettere, scritte nelle lingue più disparate, le segretarie di Giulietta ricevono ogni giorno speranze e lacrime di uomini e donne. Le parole possono avere l’effetto magico di creare ponti fra persone e luoghi distanti. Spesso rappresentano un’ancora di salvezza. Sono riuscite a trascinare fuori dalle mura domestiche chi non aveva più voglia di vivere per una ferita d’amore. Belle storie. Quelle che si concludono a lieto fine a dispetto dei toni scuri di cui è colorato il mondo. Che viaggiano tacitamente nel tempo e nello spazio. In punta di piedi. La risposta arriva sempre. E anche l’invito a rimanere in contatto con Giulietta. Provare per credere.

Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

A breve, la seconda parte dell'articolo con la testimonianza di una delle segretarie di Giulietta.

Segue il trailer del film di Gary Winick, “Letters to Juliet”.





mercoledì 17 ottobre 2012

Abruzzo, quel giorno il Gran Sasso non aveva «cappelli»


Il Gran Sasso
Se il Gran Sasso «mette il cappello», meglio non avventurarsi lassù. Il modo di dire abruzzese suona come uno strano avvertimento. In realtà, raggiungere le alte vette quando si vestono di nuvole può diventare davvero pericoloso. I temporali sono improvvisi e tutto assume un unico colore. Quello della pioggia che non lascia scampo, rendendo invisibile l’intero paesaggio. E mancano, tra l’altro, grotte e cavità che possano fungere da riparo sicuro. Qualche volta, in cima, il cielo appare azzurro, mentre sotto, a due passi, sta piovendo. Succede quando le nuvole abbracciano i monti per   metà.

Verso Campo Imperatore
Molti conoscono il Gran Sasso come ghiacciaio degli Appennini. Il paesaggio, intorno, è un’immensa distesa, verde o bianca a seconda delle stagioni. Man mano che si sale, la temperatura scende, ed anche in estate bisogna indossare la felpa. Gli abruzzesi trascorrono ferragosto ai piedi della montagna, nella conca di Monte Cristo, ad oltre 1400 metri d’altezza, o nell’altopiano di Campo Imperatore, a circa 2000 metri. È la giornata della carne arrosto, dedicata al profumo degli arrosticini bollenti. Entrambe le località si raggiungono da L’Aquila viaggiando in automobile per circa mezz’ora.

Base della funivia del Gran Sasso
È piena estate quando visito questi posti incantevoli. Imbocchiamo per un tratto l’autostrada e ci ritroviamo alla base della funivia del Gran Sasso. Bancarelle, bar, strutture ricettive e turistiche fanno da cornice al luogo, un bellissimo bozzetto dipinto a mano dalla Natura e dalla fantasia dell’uomo. Il vento leggero porta via i pensieri, facendo posto alla voglia di curiosare fra uno scorcio e l’altro. Provo ad immaginare queste distese innevate, piste sciistiche invernali. Le nuvole sembrano nascondersi dietro aguzzi spuntoni di roccia. Non sono cappelli, ma piccole ciocche innocue e capricciose che rendono il paesaggio particolarmente bello.

Panorama a Monte Cristo
Continuiamo a salire con l’auto fino a fermarci su una piazzetta panoramica. 1400 metri. Monte Cristo. Parcheggiamo. Siamo senza parole. Davanti a noi, l’immenso. Il verde e l’azzurro si mescolano su una tavolozza di terra e di aria. Le vette guardano le vallate arrossire sotto i raggi del sole. Ma dobbiamo continuare il percorso, perché ci attendono altre sorprese. Non possiamo sostare a lungo.

Verso Campo Imperatore
La macchina fa fatica a salire, difficile distogliere lo sguardo dal panorama circostante. Il Gran Sasso è la bussola che ci sta conducendo a Campo Imperatore, uno degli altopiani più vasti d’Italia. L’alpinista fiorentino Fosco Maraini lo paragonò alla valle di Phari Dzong, a 4200 metri, sulla via tra l’India e Lhasa. Lo definì piccolo Tibet. Circondato dalle vette appenniniche Scindarella, Monte Portella, Monte Aquila, Corno Grande, Brancastello, Torri di Casanova e Monte Prena, Campo Imperatore è stato modellato da ghiacciai, neve e alluvioni. Pascoli sterminati fiancheggiano la strada. Parcheggiamo per osservare da vicino un gruppo di mucche e cavalli liberi. Sembra di stare fuori dal mondo.

Campo Imperatore, la «prigione» di Mussolini
Il silenzio è interrotto dalla voce dei tanti visitatori che incontriamo a Campo Imperatore. Qui, nell’albergo-rifugio che spicca tra le vette, fu imprigionato Mussolini. Una breve sosta nella chiesetta della Madonna della Neve e nel giardino botanico alpino. Sguardo veloce all’osservatorio astronomico. Tempo necessario a riprendere fiato. Stiamo per imboccare il sentiero che conduce al rifugio «Duca degli Abruzzi», a 2388 metri d’altezza. Prepariamo scarpe e piedi, la base è a circa 2000 metri. La fatica viene ricompensata dall’incantevole paradiso che si apre davanti ai nostri occhi increduli. Restiamo sdraiati sull’erba per più di un’ora, con la voce del vento alle spalle. La discesa si prospetta rapida. Ci attendono gli arrosticini.

Verso il rifugio «Garibaldi»?
Il sole sta per tramontare e questo mi distoglie dal pensiero di imboccare il sentiero che conduce al rifugio Garibaldi, verso Campo Pericolo e il Corno Grande. Provo a ripercorrere i diversi momenti della giornata. Sono tutti con me. Li porterò in Puglia con la certezza che prima o poi saranno restituiti all’Abruzzo.





Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Il reportage si può leggere anche su L'Aquila blog (http://www.laquilablog.it/abruzzo-quel-giorno-il-gran-sasso-non-aveva-cappelli/13002-1018/) e sul blog di Radio L'Aquila 1 (http://blog.rl1.it/?p=29420).
Verso le altezze del Gran Sasso

Campo Imperatore, al rifugio «Duca degli Abruzzi»



Campo Imperatore, dal rifugio «Duca degli Abruzzi»


Campo Imperatore, dal rifugio «Duca degli Abruzzi»




Campo Imperatore, dal rifugio «Duca degli Abruzzi»



Campo Imperatore, verso il rifugio «Duca degli Abruzzi»



Campo Imperatore, verso il rifugio «Duca degli Abruzzi»

Campo Imperatore, verso il rifugio «Duca degli Abruzzi»



Campo Imperatore, giardino botanico e osservatorio astronomico


Campo Imperatore, chiesetta della Madonna della Neve


Campo Imperatore, chiesetta della Madonna della Neve


Verso Campo Imperatore



Arrosticini

Verso Campo Imperatore

Panorama da Monte Cristo





Monte Cristo

Monte Cristo

Monte Cristo

domenica 14 ottobre 2012

Ritorno dall'Africa


È così difficile il ritorno dall’Africa! Perché, inevitabilmente, una parte di te resta lì, negli spazi sconfinati dell’altopiano sabbioso Batekè, in Gabon, al confine con il Congo, con i suoi termitai imponenti come sculture, nell’asfissiante e claustrofobica foresta pluviale immersa nei suoni eterni della natura. Nell’incessante ed instancabile scorrere delle acque del fiume Ogoouè attraversato dalle piroghe e dai lunghissimi e dondolanti ponti di liane, nella polvere rossa delle strade che tagliano i villaggi fatti di fango e lamiere, dove il silenzio è rotto dal canto dei galli e dagli schiamazzi di bimbi spensierati che giocano liberi.

Non riesco a spiegare cos’è quel senso di nostalgia che si prova al ritorno dall’Africa… nostalgia dei silenzi della notte, quando i grilli scandiscono il tempo incessantemente, quando il suono dei tamburi, le danze e i canti tribali uditi in lontananza timidamente cercano di rompere quel silenzio.

È così difficile il ritorno dall’Africa, quando la sera, alzando lo sguardo al cielo, lo vedevi così diverso dal cielo italiano. Non trovavi Orione, la Stella polare, il Carro e l’Orsa minore, ma la Croce del Sud, Alfa e Beta, la Nube di Magellano e il Centauro. Qui la via lattea è una striscia luminosissima e intrisa di stelle. È così difficile il ritorno dall’Africa! Perché i coloratissimi abiti delle mamà con i bambini legati dietro, in spalla, sono sostituiti da abiti griffati e da passeggini tecnologici. Lì tutti ti sorridono e ti salutano nonostante sia tu il diverso per colore della pelle e abbigliamento, invece di ignorarti nel vorticoso rumore dei nostri ritmi lavorativi.

 
È così difficile il ritorno dall’Africa! Perché ti accorgi che, quando torni a casa, hai l’acqua corrente, l’energia elettrica, la fogna e tutte le comodità possibili. E, nonostante ciò, vedi volti tristi, gente stressata che si lamenta in continuazione di una crisi che è solo del superfluo, mentre là la gente cerca di andare avanti con serenità e forza di volontà. Una forza che il nostro cosiddetto «mondo civilizzato» si sogna, per come è immerso nell’ozio e nelle ricchezze materiali. La forza instancabile delle donne curve con chili e chili di legna nei cesti, nonostante la malaria, la filaria e la gotta, mentre tornano dalle piantagioni senza non essere passate prima dalla chiesetta a pregare… sì, perché lì c’è anche una fede incredibile.

Le chiese sono gremite di gente che, con ritmi, canti e danze loda il Signore e lo ringrazia per quel poco che possiede, i missionari diventano anche medici, meccanici, autisti, postini, falegnami e muratori, prima di essere preti. Qui, nella culla del cristianesimo, le chiese risultano sempre più vuote, frequentate da poca gente che, con fare fariseo, si ritiene eletta, i preti sono rinchiusi nelle loro sagrestie a fare i burocrati, invece di occuparsi delle anime, irrigiditi dai formalismi delle liturgie. Qui, nella culla del cristianesimo, il battito delle mani, il ritmo di un djambè o il suono di una chitarra è liquidato come «non liturgico», mentre lì tutto è così spontaneo e la liturgia domenicale viene vissuta come una festa.


Io non so se tutto ciò si chiami «mal d’Africa», ma ora che sono tornato nella mia dimensione - come se quel volo dell’Ethiopian Airlines fosse una macchina del tempo, uno Shuttle che mi ha portato in un altro mondo - penso che l’Africa sia qui, nell’Europa civilizzata, nell’Italia dei santi, poeti e navigatori, nella mia Altamura (Ba). Sì, proprio nella mia Altamura, la città del pane che, però, non è davvero per tutti, dove non mancano casi di povertà, dove gli immigrati si dice siano integrati ed invece non lo sono, dove la piaga delle dipendenze dilaga, dove vigono il malaffare, la corruzione e l’illegalità tipiche di un’Italia che non vuole cambiare. Dove ciò che conta non è l’essere ma l’apparire, il far carriera a tutti i costi a discapito dei più deboli.


L’Africa è nelle nostre coscienze, dove le logiche perverse del profitto ci hanno trasformati nei colonizzatori del terzo millennio,  con la corsa al litio e al coltan che fanno funzionare bene i nostri telefonini e un po' meno le democrazie degli Stati che possiedono questi minerali. Il «mal d’Africa» forse è anche desiderio di rivedere i volti di Sebastian, di Chopin e di Guldas, i volti di Cincia, di Venice e di Noè, di Michael, di Hance, di Eric e di Boss. Il desiderio di rivedere tutti quei bambini un giorno cresciuti e di riascoltare le loro storie, storie di uomini che si trasformano in pantere, storie di cacce incredibili e avventurose, storie di gorilla, di elefanti, di antilopi e gazzelle, storie raccontate attorno al crepitio di un fuoco in piena foresta, nel buio della notte. Qui i contorni dei loro visi scuri si perdono nella penombra, lasciando solo gli occhi e i sorrisi in evidenza. Storie e miti che si perdono nella notte dei tempi di un continente per molti versi ancora sconosciuto all’Occidente.

Oggi posso dire che una parte di me è rimasta lì, in Gabon, nell’Africa profonda delle foreste e dei corsi d’acqua, nei suoni e nei profumi della natura più incontaminata. É come se avessi piantato un seme i cui frutti, però, vorrei che nascessero qui, nella mia terra. In Africa ho riscoperto quei valori che noi abbiamo perso, ho riscoperto la bellezza di un sorriso sincero, la spontaneità di un abbraccio, l’emozione che si prova nell’ascoltare un anziano, la gioia nel vedere bambini spensierati e felici che giocano con quel poco che possiedono.

Io tutto ciò vorrei riportarlo qui e testimoniarlo… questa sarà la mia missione.

Nicola Moramarco

Le fotografie sono state scattate dall'autore del reportage.


  





giovedì 11 ottobre 2012

Pagine nomadi, libri in viaggio

È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.
Alessandro Baricco

Terre nomadi dedica ai libri la sezione pagine nomadi. Itinerari su strade brecciate o asfaltate. Storie che camminano nell'interiorità. Interviste agli autori. Racconti editi e inediti. Filo conduttore di recensioni e articoli è il tema del viaggio. 

Per segnalare libri e racconti, scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: terrenomadi@gmail.com

09.06.2015 - Andrea Carrà, Terre del silenzio
23.02.2015 - Angela Terzani Staude, Giorni giapponesi
17.02.2015 - La mia India. Intervista all'autore, Alessandro Iacovuzzi
26.01.2015 - Claudio Magris, Danubio
1.12.2014 - Ted Conover, Le strade dell'uomo
27.10.2014 - Francesco Longo, Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito
13.10.2014 - Jaume Sanllorente, I sorrisi di Bombay
15.09.2014 - GiroDiVita. Intervista all'autore, Alessio Rega
26.06.2014 - Corpi di Gloria. Intervista all'autrice, Giuliana Altamura
12.06.2014 - Un amore silenzioso. Intervista all'autore, Edoardo Martorelli
29.05.2014 - Francesco Ventura, Leggere e parlare toccando mente e cuore
12.05.2014 - Onde, intervista a Sabrina Calzia
08.05.2014 - I diari inediti di Tiziano Terzani
10.04.2014 - Mai chiederò il perché del mio destino. Intervista al giovane autore, Vincenzo Lubrano
27.03.2014 - Fabio Castano, Viaggi, sogni e altre bellezze
10.03.2014 - Mosaico, tra viaggio ed eros. Intervista all'autore, Danilo Scastiglia
03.03.2014 - Fabiola Marchet, Le 10 regole del viaggio ideale  
27.02.2014 - Eva Clesis, Berarda del Vecchio, Gabriella Genisi, Michele Marolla, Michele Monina, Alberto Selvaggi, Ultimo desiderio. Se ti tradisco (non) è la fine del mondo
13.02.2014 - Barry Lopez, Sogni artici
16.01.2014 - Ricardo Coler, Eterna giovinezza
28.11.2013 - Tilde Pomes, Amore scarno  
21.11.2013 - Angela Loré, Il mio inno alla vita. Intervista all'autrice
24.09.2012 - Alejandro Guillermo Roemmers, Il ritorno del giovane principe









 

mercoledì 10 ottobre 2012

Abruzzo, a Pratola Peligna in mostra il mondo intero



Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica

Volti. Paesaggi. Sfumature. Immagini che suggeriscono allo sguardo un viaggio che va oltre le mura di questo palazzo. Ti ritrovi fra le montagne abruzzesi, poi, improvvisamente, vieni catapultato nelle viuzze antiche di un paesino della Basilicata. I confini diventano labili, quasi inesistenti. E lo sguardo si perde, rapito da una vetta vestita di bianco o dal volo di un’aquila che si staglia, sicura, sul cielo azzurro. È il potere magico della fotografia. Un’Arte che mostra, senza spiegare, l’altro lato delle apparenze. Cattura attimi per trasformarli in giochi di un tempo più lungo. Forse infinito.

Pratola Peligna (Aq)
È pomeriggio quando la corriera mi porta da Sulmona a Pratola Peligna (Aq). Dieci minuti per arrivare in piazza Primo Maggio. Nonostante il breve tragitto sia familiare, non mancano mai dettagli e particolari che riescono a sorprendermi. Intorno, il paesaggio è incastonato fra montagne ancora vestite d’estate. Attendono, pazienti, il manto bianco dell’inverno. Qualche nuvoletta scende dai gradini del cielo per addormentarsi sulle vette. Il sabato parla di sé nel mormorio di un centro storico vissuto. Dalla borsa prendo la macchina fotografica e seguo le indicazioni che mi hanno fornito per arrivare a Palazzo Colella. Devo salire, mi aiutano le scale. Pratola è il paese delle scale. Ce ne sono ovunque. Piccole, grandi, strette e larghe, costituiscono le arterie del borgo antico. Intanto catturo qualche immagine.

Pratola Peligna (Aq), santuario Madonna della Libera
Palazzo Colella si trova a pochi passi dal santuario della Madonna della Libera, molto venerata dai pratolani. Risale agli inizi del 1900 e ospita per alcuni giorni una mostra di fotografia amatoriale. Negli scatti, sistemati sulle pareti di diverse stanze, si legge la curiosità e la passione degli autori per l’Arte delle istantanee. Le immagini ritraggono particolari sparsi in ogni angolo di mondo. Abruzzo, Puglia, Sardegna. E, poi, Matera, l’Everest, il Kosovo, New York, Los Angeles. Sono trecentosettantaquattro e raccontano luoghi vicini e lontani attraverso un sentiero poco battuto, il tribudio di colori dei fiori primaverili, il sorriso di un volto giovane. Qualche autore si sofferma a spiegarmi le tecniche utilizzate e impreziosisce le sue fotografie raccontando il viaggio che racchiudono. Vien voglia di visitarli tutti, questi posti.

Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica
Fra giochi di luci e di ombre, non manca il mare, sorpreso in pieno giorno, o al tramonto, quando le spiagge solitarie mostrano le loro fragili armonie. E in pochi istanti è autunno, primavera, poi estate, poi inverno. Basta spostare l’attenzione da una fotografia all’altra per viaggiare nel tempo e nello spazio. Senza biglietto, ma con la certezza che la capacità di stupirsi può condurre ovunque. Mi chiedo come abbiano fatto a mettere insieme quarantasei fotoamatori, residenti in diverse zone dell’Abruzzo. Lo chiedo agli organizzatori, quattro appassionati di fotografia che, con il passaparola, sono riusciti a creare un contenitore temporaneo di pezzi di mondo. Un’idea che, come tutte le belle idee, nasce per gioco e, giocando, viene realizzata. Mauro Cianfaglione, Giovanni Camassa, Marco Vallera e Michele Otri hanno dato volto, forma e vita a questa idea, coinvolgendo altri abruzzesi. E ora stanno già organizzando un altro viaggio fotografico, ma in notturno, per il periodo natalizio. Questo, come affermava il fotografo tedesco Helmut Newton, per il semplice «desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare». E di raccontare.

Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it 

Il reportage si può leggere anche su L'Aquila blog (http://www.laquilablog.it/abruzzo-a-pratola-peligna-in-mostra-il-mondo-intero/12655-1010/) e sul blog di Radio L'Aquila 1 (http://blog.rl1.it/?p=29271).

Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica
Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica



Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica

Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica
Castelmezzano (Pz)


Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica
Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica



Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica

Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica

Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica
Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica


Pratola Peligna (Aq), mostra fotografica