martedì 28 maggio 2013

Stanza 206, in viaggio con Picasso

di Fabio Castano 
castano.fabio@libero.it

Ci sono attimi, durante un viaggio, che rimangono impressi nella mente e sono punti di riferimento per raccontare le emozioni provate. L’istante prima di vedere Guernica, il capolavoro di Picasso, è stato uno di questi.

Esci di casa e c’è Madrid lì di fronte, più lenta del solito, avvolta da un calore che ovatta ogni movimento. Giri l’angolo e lo sguardo di una ragazza vestita d’arancio ti blocca per un istante. A volte accadono queste connessioni istantanee: pensi che sarà la prima e l’ultima volta che vedrai quegli occhi in vita tua. Ma c’era qualcosa, non sai spiegarti. Continui a camminare.


Stazione di Atocha © Fabio Castano
Ti lasci sulla destra la stazione di Atocha, col suo luccichìo di metallo rosso. E sulla sinistra già vedi gli ascensori esterni del Museo Reina Sofia. È lì che sei diretto oggi, hai un appuntamento importante.


Ti siedi qualche istante sugli scalini roventi, prima di entrare. Dai un’occhiata ai turisti seduti all’esterno dei locali che circondano la piazza. Hanno boccali d’oro che ingurgitano veloci, facce rosse e sorrisi d’avorio. Vedi un gruppetto di giapponesi che si avvicina all’entrata, tutti con macchina fotografica a tracolla e cappellino da pescatore per proteggersi dal sole. Ti accodi. Porgi lo zaino alla guardia che lo mette sul metal detector. Biglietto. Sei dentro.


Chiedi alcune informazioni, guardi la mappa del museo che è su quattro piani. Al secondo e al quarto c’è la collezione permanente, sugli altri installazioni temporanee. Studi gli ambienti monumentali, vai a prendere l’ascensore per il secondo piano.


Inizi a girare per le stanze, affascinato dalla potenza dell’arte. C’è un silenzio sacro nelle stanze bianche. C’è solo il fruscìo di visioni concentrate e estasiate. Danzi da un quadro all’altro: dai sogni taglienti di Dalì, alle avanguardie spagnole, dall’essenzialità dei tratti di Mirò alle scomposizioni sorprendenti di Picasso.


Pablo Picasso, Guernica © Fabio Castano
Ti stai avvicinando alla stanza 206, quella in cui l’attenzione dei visitatori sale di livello. Nello spazio antecedente ci sono gli studi preparatori. C’è la testa deformata dallo spavento del cavallo imbizzarrito, il viso del bambino morto tra le braccia della madre, il toro, l’avambraccio che impugna la spada. La luce sul soffitto, che sembra fortissima.


Aspetti ancora, fai un giro più lungo. Non sai se quello è il momento giusto per posarci sopra gli occhi, dal vivo. Forse è quello subito dopo. Ma sì, buttati. Lo sguardo si muove veloce alla ricerca di dettagli e simboli. Il bianco intorno sembra esplodere. Anche le due donne della sicurezza, ai lati della tela, sembrano far parte della composizione col loro sguardo freddo e severo. Vorresti stare lì, a fissare quel quadro, che è più di un quadro, una scheggia di infinito, per sempre.


Passa tanto tempo. Stanno già per chiudere, purtroppo. Esci e riprendi l’ascensore. La prospettiva su Madrid si abbassa di colpo. Mentre stai andando giù ti sembra di rivedere la ragazza vestita d’arancio in una strada laterale. Era lei? Ma no, forse no. Scendi le scale e ti immergi di nuovo nella città che non dorme mai.


Tratto da Viaggi, sogni e altre bellezze di Fabio Castano.

















Colonna sonora: Jovanotti, Fango


domenica 26 maggio 2013

Ungaretti, il poeta viaggiatore

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Giuseppe Ungaretti
Vita d’un uomo. Così è stata intitolata l’edizione completa e definitiva dei suoi versi, pubblicati nel 1969 da Mondadori. Poesia intrisa di ricordi, fatta a pezzi dal dolore. Urlo straziato e straziante. I versi di Ungaretti esprimono la sensibilità di un poeta e la pena di un uomo segnato dalla guerra e dalla morte. Innamorato della scrittura, l’ha condotta sull’altare del tempo per darla in sposa all’eternità.

Scrittura strappata al silenzio. Parola sussurrata. Parola che non dice, solo allude. Parola che attinge alle fonti dell’assoluto per rivelare il senso nascosto delle cose. Ungaretti traccia sulla pagina ancora bianca della sua storia la poetica dell’attimo. Sentieri ardui, quelli percorsi dal poeta durante la sua esistenza. L’esperienza della guerra gli rivela la precarietà della vita.

La morte, prima del fratello Costantino, poi del figlio Antonietto, strappa all’uomo la sua parte migliore, quella intima, lacerata. È il suo cuore ad essere il paese più straziato. L’inquietudine esistenziale si trasforma in perpetuo girovagare: «In nessuna/parte/di terra/mi posso/accasare… Cerco un paese/innocente».

La sua vita si fa essa stessa viaggio.

Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi. Nel 1912 si reca a Parigi. Nel 1914 giunge in Italia per partecipare alla guerra. Volontario in un reggimento di fanteria, viene inviato a combattere sul Carso. Alla fine del conflitto è nuovamente a Parigi. Nel 1921 si trasferisce a Roma. Nel 1933 svolge un giro di conferenze in diversi paesi europei.

Nel 1936 è chiamato a ricoprire la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di San Paolo in Brasile. Nel 1942 rientra in Italia per insegnare letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma. Muore a Milano nella notte fra l’1 e il 2 giugno 1970.

Partenze e ritorni. Ungaretti fugge dai tumulti della sua anima. Parte e scrive. Sempre. Incessantemente. Annota sensazioni, emozioni, impressioni. Affida alla penna ciò che nemmeno la voce può esprimere. Perché la voce, alle volte, non ha la ricchezza delle sue note. Inviato speciale della «Gazzetta del Popolo» di Torino, il poeta, tra il 1931 e il 1934, compie numerosi viaggi in Egitto, in Olanda, in Corsica e in diverse regioni italiane. Frutto di questa esperienza sono i suoi articoli, inizialmente raccolti nel volume intitolato Il povero nella città (1949), poi ne Il deserto e dopo (1961).

Racconti di viaggio sconosciuti quanto la stessa attività giornalistica di Ungaretti. Prose bellissime, liriche, evocative. Esperienze dell’uomo e non del poeta. Proprio per questo trascurate, dimenticate nell’angolo più nascosto di una polverosa biblioteca. Eppure è nella quotidianità dell’uomo che vive il poeta. Le due metà non possono essere distinte. Distinguere significa rifiutare di conoscere e di comprendere. Distinguere significa non rispondere ai perché.

Ungaretti era un uomo, non solo un poeta. Un uomo che nel viaggio cercava di comprendere. Nei suoi viaggi noi dovremmo cercare di comprendere.

La terza parte de Il deserto e dopo s’intitola Mezzogiorno. Le pagine comprese in questa sezione riguardano il Cilento, percorso dall’uomo-poeta nel 1932. Come in una specie di diario, Ungaretti annota. Scrive. Registra il suo stupore. La partenza in macchina da Salerno. Le bufale disperse nel paesaggio campano. La rupe di Agropoli, lastricata di campicelli dall’erba quasi azzurra.

Cilento
Poi, finalmente, il mare, incorniciato dai pini della costa e dagli ulivi della campagna circostante. La vasta distesa azzurra conduce a Velia, la greca Elea. Forte è il desiderio di raggiungere Palinuro, «uno squalo smisurato» le cui grotte sono definite «occhi blu».

Non si può non rimanere affascinati dalla bellezza di tali descrizioni. Noi, uomini girovaghi nel nostro presente, possiamo ripercorrere i passi del poeta viaggiatore attraverso il filo della sua scrittura. Poiché nella sua storia possiamo ritrovare la nostra storia. Quella dell’uomo perennemente in cammino. Quella dell’uomo. Semplicemente quella dell’uomo.

Giuseppe Ungaretti, I fiumi


mercoledì 22 maggio 2013

Cara Vita, un viaggio inizia quando...

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Cara Vita,
le parole scorrono, semplicemente scorrono… dita che si muovono, veloci, sulla tastiera di un muto computer, ascoltatore senza alcuna risposta. I pensieri si mescolano alle domande, compagne dell’anima e del cuore.

Partire o restare. È il dilemma davanti al quale tanti hanno rallentato i loro passi, in attesa di un segno chiaro, esplicito, decisivo. Eppure… quanto è stata desiderata quella partenza! Quante sere trascorse a studiare per superare quel concorso o per fare quella professione! Ma, al momento del, ecco farsi avanti i se… e se sbagliassi ad inseguire un lavoro?

Barattare la famiglia, la casa, gli amici, l'amore, le strade quotidianamente percorse con un lavoro?

Ogni persona ha un cuore, ed il cuore, al momento delle scelte, è messo a dura prova dagli affetti. Curiosità e paura si incontrano e si scontrano, generando ininterrotti terremoti, e maree, e bufere. Mari in tempesta.

Partire o restare? È il bivio davanti al quale tantissimi giovani si soffermano per un attimo. Quell’attimo che passeggia, silenzioso, sul sentiero delle decisioni importanti.

La vita è un libro sul quale tutti possono scrivere: scarabocchi o poesie, quelle pagine compongono una storia che nessuno, nemmeno il protagonista, ha il diritto di cambiare. Ed, in fondo, il viaggio si compie ogni volta che la storia, la nostra storia, condita con il sale delle lacrime e con lo zucchero dei sorrisi, viene riletta.

Nessun luogo è lontano… reminiscenza di letture passate. Sì, è vero. Nessun luogo è lontano quando il tuo mondo è vicino. Non è uno scontro tra cuore e ragione. La passione, innamorata degli affetti, ma amante dei sogni, sfida a duello se stessa, pur sapendo che, con il ferire l’amata, uccide l’amante. E che, con il ferire l’amante, uccide l’amata.

Riflessioni di un giorno qualunque. Il giorno qualunque di una qualunque persona. Il cielo è lo stesso. Sempre quello, sempre immobile, puntellato di stelle anche quando il suo immenso è nascosto dal velo bianco delle nuvole.

Restare… partire… restare… partire… ci frena e ci incoraggia. Curiosità e timore. Non resta che vivere questa meravigliosa vita, le cui domande tessono inni, i cui dubbi tessono racconti, le cui risposte tessono odi. Affinché ogni uomo possa rendersi scrittore e poeta inconsapevole vivendo il libro della propria esistenza. Sempre.

Cara Vita,
il tuo incedere lento mal si adatta alla nostra corsa quotidiana. Tu, che le cose le gusti fino in fondo. Tu, che sai ancora emozionarti davanti ai colori di un dipinto o al suono di una sottile melodia. Tu cerchi di raggiungerci senza afferrarci, perché sei Vita e la Vita mai imprigiona.

Vita, nelle partenze e nei ritorni, nei sogni e nei desideri, nelle domande e nelle risposte, nel viaggio dell’uomo su questa incantevole terra, qui, in ognuna di queste cose, tu dimori silenziosa. Ed è il silenzio di una bellezza che non ha bisogno di parole.

Partiamo per restare nei nostri sogni. E, nella partenza, gli affetti rimangono con noi. Restare è partire, partire è restare.

Lettera alla Vita per la Vita. Scegliere di partire o scegliere di restare? Partire. Tornare. Restare. Vivere.

Eppure di più non posso aspettare. Perché il restare, benché brucino le ore nella notte, è farsi ghiaccio e cristallo, è come rimaner prigioniero nella forma. Sarei felice di portarmi dietro ogni cosa che è qui. Ma come posso farlo? Non può una voce tirarsi dietro la lingua e le labbra che le diedero ala. Da sola deve tentare il cielo. E sola e senza il suo nido volerà l’aquila in alto, dentro il sole (K. Gibran, Il profeta).






domenica 19 maggio 2013

Guardiagrele e Bucchianico, nel paese di pietra... a pochi passi dai fiori di carta

di Rosaria Campanale

Paesaggio abruzzese © Rosaria Campanale
Abruzzo. Una terra bellissima, selvaggia, contraddittoria, ma, allo stesso tempo, generosa e fiera, a tratti ripiegata su se stessa e assoggettata alle calamità naturali. Brutalmente distrutta, eppure solare ed enigmatica, entusiasta e gentile. L’ho conosciuta visitando L’Aquila quando era ancora integra. Sono stata fortunata! L’ho rincontrata quando mia figlia si è iscritta all’Università di Chieti. Il destino mi ha condotto a riscoprirla per lavoro, quando ho soggiornato con venticinque alunni nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, a Pescasseroli. Mi ha letteralmente affascinato. Paesaggi sospesi nel tempo, a tratti immutati, incantevoli nella quasi incontaminata bellezza. Abitanti gentili, premurosi, solleciti, ospitali, con la tipica umanità che contraddistingue chi ha molto sofferto, capendo quanto tutto, a questo mondo, sia effimero e vano. Con la dignità di chi sa risollevarsi dalle sconfitte più dure, quelle della storia e della natura. 

Incontrare gli abitanti è sempre una cosa unica e speciale. Riescono subito ad intuire con chi hanno a che fare. Se la percezione è positiva, sono persone straordinarie, mettono a disposizione tutto ciò che possiedono facendoti sentire parte del loro mondo. Una sensazione che difficilmente si prova in altre regioni che ho avuto occasione di conoscere.

Guardiagrele © Rosaria Campanale
Ho visitato Guardiagrele e Bucchianico, distanti alcuni chilometri da Chieti. L’ingresso a Guardiagrele è segnato da una citazione di Gabriele D’Annunzio: La città di pietra risplendea al sereno di maggio. Parole più che mai vere. Maggio. La visita è accompagnata da una pioggerella sottile, che rende lucide e splendenti le foglie degli alberi della villa comunale. Dall’affaccio panoramico c’è una vista superba del territorio circostante. I prati  brillano e abbagliano, è ora di pranzo, in giro silenzio. Scatto fotografie a ciò che mi colpisce di più. 

Guardiagrele © Rosaria Campanale
La fierezza del popolo emerge dagli stemmi di antiche ed insigni famiglie nobiliari o che hanno contribuito a migliorare il destino della città. Mi cattura la dignitosa bellezza dei balconi fioriti e ben curati, delle tendine ricamate alle finestre, il senso di pulizia che traspare dalle pietre delle case. Appena si solleva lo sguardo, sullo sfondo non passano inosservate le montagne a tratti imbiancate della Maielletta. Un luogo straordinario per trascorrere dei giorni sereni, lontani dal caos e dallo stress. Per perdersi nella contemplazione riposante di un cielo limpido, interrotto solo dai picchi e dalle gobbe ondulate della montagna.

Bucchianico © Rosaria Campanale
Bucchianico è arroccato su una collina. All’ingresso del paese ci accolgono una piazzetta e un edificio lugubre e in disuso, che non si armonizza per niente con l’architettura delle altre costruzioni prospicienti, armoniose e pudiche. Ci fermiamo perplessi a contemplare questo pugno nell’occhio. Ho scoperto, poi, che era un ospedale psichiatrico, costruito dopo aver abbattuto l’antico castello. Usato pochissimo, poi abbandonato. Per rifarci della visione, andiamo al bar a prendere un caffè. C’è anche un'assortita scelta di pasticcini, rustici e torte decorate con creatività. Assaggiamo un dolce al cioccolato che, con orgoglio, il barista ci consiglia. È molto gentile e risponde con sollecitudine alle nostre domande curiose. Ci parla del suo paese e dell'imminente festa dei Banderesi, che si tiene il 19 maggio, con un fantastico corteo di carri e di canestri colmi di fiori di carta, che le donne del paese preparano nel corso dell’anno. Nei giorni precedenti c’è una festa conclusiva, un grande banchetto per tutti coloro che hanno lavorato all’allestimento dei carri e alla preparazione dei canestri. Una festa che risale al 1200 e che racconta della vittoria ottenuta sulla città rivale, Chieti. Sarebbe bello partecipare, ma, volendo, si può seguire su questo sito.

Bucchianico © Rosaria Campanale
Girovagando tra le viuzze della città, mi colpiscono i vicoli strettissimi come feritoie. Dagli affacci panoramici, si intravede tutta la maestosa bellezza del territorio circostante, con collinette e calanchi, coltivazioni, fin dove lo sguardo spazia, arrivando a cogliere all’orizzonte la striscia del mare  Adriatico. La cittadina è famosa per aver dato i natali a San Camillo De Lellis che, dal 1964, è diventato il patrono dell’Abruzzo e degli infermi. Alcune reliquie del Santo si conservano nel santuario, meta di fedeli e devoti che chiedono la grazia o vengono per sciogliere i voti.

Bucchianico © Rosaria Campanale
Bucchianico © Rosaria Campanale
Guardiagrele © Rosaria Campanale

Colonna sonora: Giovanni Allevi, Memory

 

mercoledì 15 maggio 2013

La cura dell'attesa

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Ci sono libri che lasciano in bocca il sapore agrodolce di un’esperienza vissuta. Prima ti sfiorano, rivelando sottovoce che qualcosa appartiene anche a te. Poi la sensazione diventa certezza e cede il posto all’incredulità. Ricordi ed emozioni si riversano improvvisamente su fogli di carta sconosciuti, come se la penna avesse ascoltato la voce dell’interiorità per scriverne. Mi trovavo in treno quando ho aperto per la prima volta il libro di Maria Pia Romano, «La cura dell’attesa». Un dono ricevuto pochi minuti prima della partenza.

Il gesto con cui disegnava i grafici alla lavagna era perfetto.

La storia di Alba mi ha rapito sin dal primo istante. Non sono più riuscita a smettere di leggere per tutta la durata del viaggio. Cinque ore ed una pagina dopo l’altra. Le parole si lasciano inseguire e, a loro volta, inseguono le solitudini della protagonista, un ingegnere capace di insegnare ai suoi studenti il meccanismo dei motori attraverso il tracciato di curve impeccabili. 

Alba ha «il fascino ingenuo della bellezza non consapevole di se stessa». Finge «sicurezza, mascherando i vuoti con una durezza che prende il volto asciutto di formule matematiche». La sua ricerca della felicità passa per la costruzione attenta della realizzazione personale. Mattone dopo mattone. Il coraggio e la determinazione di questa donna poggiano sulle fragili basi di un amore cercato, inseguito, desiderato e mai dimenticato. Insostituibile.

L’immagine di Davide è legata al mare, ai libri, alla poesia. E ad un poeta, in particolare, Vittorio Bodini.

Accadeva che Alba pensasse ancora a lui, mentre guardava il mare. Lo scacciava, come si fa con i pensieri importuni, ma lui tornava sempre da lei, come onda che si infrange sulla battigia. S’insinuava lento, come un fantasma del passato che non sa rassegnarsi a cedere il passo alla felicità del presente.

Il presente si chiama Filippo, un laureando in ingegneria che rappresenta per la donna il rifugio rassicurante. Riparo dalle tempeste e dai vuoti incolmabili lasciati da Davide. Filippo è «curioso, oscenamente curioso», ed ha lo «sguardo di un uomo che sa mettersi in discussione». Ma la gratitudine non può essere amore. Filippo non ha gli occhi di mare di Davide, che scompare e riappare nella vita di Alba strappandole i suoi sogni di carta. E ravvivando una passione che resta sempre accesa.

L’aveva accarezzata con un verso, una volta: la «seduzione più pericolosa che lei avesse potuto immaginare». Ma in lui il piacere convive da sempre con la capacità di sapersene distaccare. Perciò non si è mai legato ad una donna. Così ha fatto con Alba. Ma questa volta la situazione assume contorni diversi. Per Davide «il tempo non cancella la verità degli istanti incisi dentro». E Alba rappresenta per lui il «futuro che vivrà senza toccare». Perché la sua pelle porta il nome della donna a cui rimarrà legato per sempre. Indissolubilmente.

È una storia imperfetta soltanto agli occhi del mondo. Lascia ad Alba le curve dolci di una nuova vita. Quella donna che dorme da molti anni con una valigia accanto al letto, pronta a cercare occasioni per partire, si ritrova a vivere nella «cura dell’attesa».

La scrittura fluida di Maria Pia Romano traccia i contorni indelebili di una figura femminile che apre la porta alle visite inattese del destino. Lo sfondo è quello pugliese dell’Alta Murgia e del Salento, con gli sconfinati spazi marini dell’Adriatico e dello Ionio. Il mare è nella vita di Alba e negli occhi dell’uomo che insegue attraverso il segreto dei suoi pensieri. Nei pellegrinaggi dell’anima.

Pur nella distanza del tempo e dello spazio, Davide le chiede non di perdonarlo, ma di amarlo ancora. Di cercarlo nei sogni più veri. Nel viaggio di un'intera vita.

Colonna sonora: Ennio Morricone, The legend of the pianist on the ocean